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C’erano una volta le Cooperative Sociali…

     Dicembre 27, 2018   No Comments



Energie Nuove – NUMERO 2 – novembre 2018

C’erano una volta le Cooperative Sociali…

di Cristina Gallinucci –Presidente Cooperativa Asso

Sono socia fondatrice di una cooperativa sociale che quest’anno ha compiuto 22 anni e da un po’ di tempo a questa parte osservo con un certo disincanto i cambiamenti che stanno riguardando il settore della cooperazione sociale che si occupa dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità che benché sia classificata come cooperativa di tipo b) ritengo sia quella più importante perché si occupa di ridare dignità alle categorie più fragili attraverso lo strumento del lavoro. In questi ultimi anni a causa della grave crisi economica e complice il cattivo esempio di Mafia Capitale molti di quei principi e di quei modelli intorno ai quali era nata e si era imposta la cooperazione sociale, come esempio evoluto di impresa, sono stati spazzati via. Il passaggio da una condizione di mercato protetta a una condizione di competizione estrema è stata per la cooperazione sociale un brusco risveglio perché di colpo non era più sufficiente saper gestire un servizio ma era necessario partecipare a bandi pubblici e competere con altre aziende. Se prima di Mafia Capitale per essere imprenditori nel sociale significava sostanzialmente saper gestire dei servizi attraverso il lavoro di persone con disabilità ora invece significava diventare dei manager. La cooperazione sociale si è trovata impreparata ad affrontare la competizione che il mercato richiedeva e ha perso la sfida con l’impresa profit con conseguente riduzione di servizi e di posti lavoro. La formula di salvataggio è stata il Consorzio che grazie alla presenza di imprese profit strutturate ha restituito competitività organizzativa e capacità imprenditoriale alle stesse cooperative sociali consentendo così di continuare a gestire quei bandi di gara e in tal modo salvaguardare i livelli occupazionali delle persone con disabilità.

La cooperativa che rappresento ha fatto un’altra scelta.

Ho sempre creduto nella capacità imprenditoriale della cooperazione sociale e non ho mai condiviso quel modello di cooperazione che cercava corsie preferenziali e viveva esclusivamente dei servizi delle Amministrazioni Pubbliche. Non amo chi fa il disabile di mestiere o tantomeno le cooperative che usano la disabilità per ottenere commesse giustificando la mancanza di qualità dei servizi offerti con “ci vuole pazienza… sono disabili”. Per la Cooperativa Sociale ASSO la risposta alle nuove sfide del mercato è stata la ricerca di nuovi servizi – servizi di nicchia sino ad allora trascurati dalle cooperative sociali – nei quali sviluppare soluzioni d’impresa all’avanguardia in grado di coniugare capacità imprenditoriale con la competenza delle persone con disabilità. Affrontare il mercato da soli è stato tutt’altro che semplice, c’è voluto coraggio ma la nostra identità di cooperativa sociale era un valore prezioso e andava protetto. È una scelta che fino ad ora ha premiato sia in termini di risultati – siamo presenti in Romagna, a Torino, a Milano, a Salerno, a Caserta e a breve in (qualità di capogruppo di una RTI con una società profit) saremo anche a Messina – che in termini di conseguimento dello scopo sociale – quasi il 70% della compagine lavorativa è costituito da persone con disabilità – ma soprattutto in termini di autonomia e libertà nelle scelte decisionali.

Non mi piacciono quei consorzi governati da imprese profit all’interno dei quali le cooperative sociali sono solo imprese dipendenti che servono a dare una sfumatura sociale; così come ritengo obsoleto il modello di cooperazione sociale previsto dalla L. 381/91 che prevede solo l’obbligo minimo del 30% di persone con disabilità. Se vuoi essere Cooperativa Sociale e promuovere l’inserimento lavorativo di persone con disabilità non può essere quello il tuo limite. La legge deve obbligarti ad andare oltre. Solo in questo modo si potrà smantellare tutta quella cooperazione che si definisce sociale ma che in realtà sfrutta la disabilità a scopo di lucro. Come in un’impresa famigliare nella quale il titolare deve partecipare al lavoro in misura non inferiore al 51% così ritengo che in una cooperativa o in un consorzio di cooperative che vogliano definirsi “SOCIALI” l’apporto lavorativo delle persone con disabilità debba essere sempre superiore a quel 51%.

La Cooperazione Sociale nasce con lo scopo di promuovere un messaggio di civiltà attraverso l’integrazione delle persone con disabilità. Per raggiungere questo obiettivo non basta avere un’idea o possedere un progetto; per realizzare un cambiamento occorre essere coraggiosi, non avere paura, occorre essere innovativi, tenaci e soprattutto occorre essere tanto ma tanto generosi. L’impegno delle Cooperative Sociali è quello di passare dalla cultura dell’handicap alla cultura della normalità; quella che afferma la diversità di ogni essere umano come condizione normale e quindi come risorsa positiva, come patrimonio multiforme di cultura, capacità, e attitudini di vita. In questo modo la Cooperazione Sociale contribuirà certamente a creare una nuova concezione delle persone con disabilità e, favorendo un atteggiamento di collaborazione tra persone disabili e non, potrà ribaltare l’idea che la presenza di un disabile costituisca per la società un peso da supportare e per l’impresa un obbligo di legge da sostenere. Si può fare! Noi di ASSO ci proviamo.



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