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C’è ancora una sinistra?

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Giampaolo Castagnoli

In una delle sue vignette quel genio di Altan ha disegnato un dialogo esilarante tra due dei suoi mitici personaggi. Uno esclama: “Ma io sono di sinistra!”. L’altro, con un’espressione a metà tra il circospetto e l’imbarazzato, gli risponde: “Piantala, che ci stanno guardando tutti”. E’ una sintesi più illuminante di mille trattati di politologi sul momento di smarrimento che sta vivendo la sinistra italiana. Sempre che una sinistra ci sia ancora. “Ma come?”, si chiederà qualcuno. Pochi mesi fa, alle elezioni europee, il Pd di Renzi ha conquistato un risultato mai raggiunto, sfondando il muro del 40%… C’è un piccolo problema: la sfida politica di indubbio successo lanciata dall’ex sindaco fiorentino, che ha conquistato completamente la scena in un modo simile a quello del primo Berlusconi, può definirsi di sinistra? Io ho molti dubbi, a meno che non si voglia considerare chiusa per sempre l’esperienza delle socialdemocrazie europee, virando verso il modello americano liberaldemocratico. Che merita rispetto, ma è un’altra cosa e forse assomiglia di più alle dottrine liberali nella forma in cui si sono sviluppate nel vecchio continente. Peccato che quel pensiero e quella visione del mondo (resto convinto che questo dovrebbe essere il motore della politica, che altrimenti diventa una gara elettorale mirata alla semplice gestione del potere) siano il nucleo di quella grande “famiglia” politica che non solo non è di sinistra ma si contrappone al socialismo. Anzi, ne rappresenta la principale alternativa. Al tempo stesso, al di fuori del pianeta Renzi, in questo momento, c’è una tabula rasa. Sperimentazioni come quella di Tsipras o realtà più autoctone Sinistra Ecologia Libertà sono poco più che testimonianze culturali, incapaci di giocare un ruolo significativo a livello di governo, se non altro per il consenso elettorale striminzito che stanno raccogliendo. Poi ci sono pezzi importanti di sinistra anti-sistema che hanno trovato casa dentro i 5 Stelle. Ma rischiano di diventare ininfluenti proprio per il fatto di essere anti-sistema e, ancor più, per il loro inserimento in un contenitore politico costruito usando il malcontento come materia prima e che include tutto e il contrario di tutto. Caratteristiche che lo rendono incapace (e forse neppure interessato) di dare vita ad un disegno programmatico omogeneo.

E allora l’Italia deve rassegnarsi a non avere più una sinistra nella configurazione storica che essa ha avuto e ha tuttora nell’Europa occidentale, seppure bisognosa di aggiornarsi? Dare una risposta è difficile, ma nel medio-lungo periodo io scommetterei che le tante contraddizioni esistenti dentro la “gauche” italiota esploderanno. E forse si arriverà ad un riassemblamento più “naturale” ed “onesto” di quell’area politica, con due anime distinte alleate ma non costrette a coabitare: da una parte il liberal-riformismo di stampo renziano e dall’altra parte un polo agganciato alla tradizione socialdemocratica più “classica”. Questo secondo soggetto politico, che penso sarebbe più che mai necessario in un mondo pieno di diseguaglianze e di marginalità, che rende tutt’altro che superato il concetto di giustizia sociale, dovrebbe risolvere alcuni equivoci. Uno riguarda i diritti civili, terreno su cui non ci si può continuare a muovere come su un campo minato. Su questo fronte  quella “balena bianca” in versione 2.0 che è ormai diventato il Pd è appesantita dal connubio tra cattolici e socialdemocratici che finisce per annacquare le identità importanti di entrambi. E’ una cosa innaturale che fa sì che, per esempio, si dibatta faticosamente se ammettere le unioni civili tra omosessuali quando in tutti i Paesi più avanzati del mondo si è già due passi avanti, con matrimoni tra coppie dello stesso sesso e possibilità di fare adozioni. Discorso simile si può fare per la fecondazione e tanti altri temi. Il pensiero cattolico progressista su questi temi (che non sono marginali in una società aperta e in uno stato laico) ha una legittima visione che è diversa da quella della sinistra, che merita una propria casa autonoma, evitando continue mediazioni al ribasso che non soddisfano nessuno. Anche in questo caso facendo magari un patto chiaro nell’ambito di un centrosinistra allargato (così come i cattolici conservatori si sono ben accasati nelle file del centrodestra). Un altro aspetto su cui una sinistra decisa a mantenere le proprie radici dovrebbe rimettersi in carreggiata rispetto a certe deviazioni di percorso è quello socio-economico, in particolare sui temi del lavoro e del welfare e sul ruolo dello Stato nel temperare libertà ed interessi individuali con il “bene comune”, che è un concetto forse inflazionato (e che suona un po’ vecchio) ma di cui va recuperato il valore profondo e nobile. Tanto per toccare un punto chiave, certo che i sindacati devono fare autocritica e rinnovarsi e non c’è dubbio che il mondo del lavoro del terzo millennio non è più quello delle mega-fabbriche fordiste con la figura-standard dell’operaio e quindi servono anche nuove regole ed una diversa organizzazione. Ma ce ne passa da qui al dire che i sindacati non servono più e vanno sostituiti da un rapporto diretto tra il leader e il singolo cittadino atomizzato oppure all’accettare che la precarietà sia il destino ineluttabile dei lavoratori del futuro. Su quest’ultima questione, al modo in cui Renzi sta impostando la riforma del lavoro non si può di certo appiccicare l’etichetta “sinistra”, ma neppure chi si limita ad alzare barricate può dirsi interprete di una sinistra che sia una sinistra-sinistra ma capace di fare i conti col mondo che cambia. La prima cosa che si sarebbe dovuta fare, prima di allentare le tutele, è una rivoluzione radicale del sistema pubblico per fare incontrare domanda ed offerta di lavoro, ispirandosi alle esperienze efficaci fatte nel Nord Europa: il grado di flessibilità del lavoro va commisurato alla capacità dello Stato di garantire un sostegno economico nei periodi in cui non si lavora, la cui elargizione va però strettamente condizionata all’obbligo di fare corsi di formazione professionale (da ripensare totalmente) per ricollocarsi e all’accettazione dei lavori proposti. Anzi, il ministro Poletti aveva avuto un’idea ottima e a mio parere molto di sinistra: chi non è occupato e riceve sussidi statali mentre attende di trovare un posto, così come chiunque benefici di aiuti pubblici perché è in difficoltà, deve restituire qualcosa alla collettività facendo servizi e lavori socialmente utili. E invece tutte queste cose sono passate in second’ordine, avvitandosi su sterili tira e molla su articolo 18, contratti a tutele crescenti e via dicendo. Sulla capacità di cambiare il copione, ma senza tradire la propria anima, su questi ed altri temi che fanno da sempre parte del dna socialdemocratico la sinistra si giocherà le ultime possibilità di non estinguersi.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:52 am
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