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CCIAA. Il sussulto delle piccole imprese

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Giovanni Bucchi

Adesso che i giochi sono fatti per davvero, adesso che Alberto Zambianchi è stato confermato alla presidenza della Camera di commercio di Forlì-Cesena, è auspicabile un dibattito sereno su come questo ente debba rinnovarsi per adempiere sempre di più alla sua funzione di “parlamentino” delle imprese. Già, perché nel pieno di quella che, con un termine improprio, si potrebbe definire “campagna elettorale” per l’elezione dei vertici, scendere nei contenuti, portare allo scoperto le istanze soprattutto delle piccole e medie imprese non è stato semplice.
La richiesta di un cambio di passo rispetto alle ultime gestioni, avanzata dal presidente della Confcommercio cesenate Corrado Augusto Patrignani, è stata – a torto o a ragione – derubricata a mera battaglia personale. E così, insieme alla disponibilità a guidare l’ente manifestata da Patrignani, si sono sciolti come neve al sole pure i temi sollevati non solo dal presidente della Confcommercio cesenate, ma pure da Rete Imprese Italia, il tavolo delle associazioni del commercio e dell’artigianato (Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato e Cna) che pure avevano sottoscritto in tempi non sospetti un documento di otto pagine per chiedere un nuovo corso della Camera di Commercio, nuovo corso che secondo alcuni doveva passare anche da un cambio alla presidenza.
Zambianchi, l’ex direttore di Confindustria Forlì riconfermato a 62 anni come presidente dell’ente, non è un imprenditore, come invece Patrignani chiedeva per la guida del “parlamentino delle imprese”. Zambianchi non è nemmeno di Cesena, nonostante sia quello cesenate il territorio col maggior numero di imprese e di addetti. Infine, Zambianchi proviene dall’associazione dei grandi industriali, e questo nonostante la stragrande maggioranza delle aziende provinciali sia di piccole dimensioni. Queste le critiche che venivano mosse apertamente da Patrignani, ma nei corridoi di palazzo pure da altri. Giuste? Sbagliate? Il problema è che tali rilievi hanno fatto scivolare il dibattito sul livello personalistico, lasciando in secondo piano i veri temi posti dalle associazioni nel loro documento.
Al di là delle ricostruzioni sul come e perché Rete Imprese Italia non abbia saputo trovare una candidatura condivisa, sui motivi che dopo 36 anni ancora impediscono al territorio cesenate di esprimere un presidente della Camera di Commercio, i rilievi avanzati dalle associazioni chiedono di essere la bussola del prossimo mandato del consiglio camerale e della presidenza. “Senza un adeguato rinnovo generazionale e senza il potenziamento della rete delle opportunità delle imprese, rischiamo di indebolire la nostra realtà economica e nel contempo quella coesione sociale che rappresenta un valore indissolubile per qualunque progetto per il futuro” scriveva Rete Imprese Italia. Ricordando come “l’accesso al credito è la massima priorità fra gli interventi dell’ente camerale” tanto che si chiede un intervento “più determinato e consistente” nei confronti delle banche. Bene l’internazionalizzazione per favorire l’export, dicevano le Pmi, ma servono “interventi su misura delle nostre specificità” senza però dimenticare che “la molteplicità delle piccole e medie imprese si confronta soprattutto con il mercato interno. Se e quando si misura con i mercati esteri, sconta la debolezza di un approccio poco sistemico e strutturato”. Per questo Rete Imprese Italia ricordava che “nel determinare i propri interventi, la Camera di Commercio non può infatti trascurare la tipicità della base imprenditoriale che la compone, i tratti costitutivi dei settori che la caratterizzano ed i diversi orizzonti”. Tipicità che le cifre ben descrivono. Innanzitutto quelle che fotografano il territorio: la prevalenza di imprese nel Cesenate (22.334 contro 18.114, dati del 2011 della Cciaa, ultimi disponibili scorporati), con un tasso di imprese ogni mille abitanti di 106,6 contro 96. Ma soprattutto a contare devono essere le piccole imprese, visto che per il 98% le aziende della provincia contano meno di 20 addetti, e l’80,7% ne ha tra 1 e 9.
Non va trascurato infine il funzionamento dell’ente camerale. Stando all’ultimo consuntivo, la Camera di commercio nel 2012 ha destinato a favore del territorio e delle imprese il 35,8% dei suoi proventi, oltre un terzo degli incassi quindi. Per alcuni si può fare di più, e soprattutto va invertita la rotta secondo la quale nel preventivo 2013 questa quota scende al 31,20% (3.425.750 euro contro 3.898.000 del 2012). Facendo due conti, in un bilancio di oltre 11 milioni di euro come quello del preventivo 2013, le spese di personale dell’ente camerale raggiungono i 3 milioni 481mila euro (in leggero aumento rispetto al 2012, quando erano 3 milioni 384mila), mentre il funzionamento costa 2 milioni 831mila euro (anche qui in lieve aumento). Insieme sono quasi il doppio della quota destinata alle imprese. Ecco su cosa sarebbe bene dibattere: poco cambia chi sale alla presidenza, e più una figura raccoglie consensi unitari e meglio può fare al territorio. Ma il ruolo delle piccole imprese, il cui mercato di riferimento è quello locale, e il costo di una macchina burocratica che non sempre rende adeguati servizi per le aziende del territorio (come ad esempio il caso della sede di Cesena senza nemmeno una sala riunioni) sono due temi che il consiglio camerale appena insediato non può trascurare. Altrimenti, per troppi piccoli imprenditori e artigiani la Camera di commercio verrà ricordata solo al momento della tassa annuale da versare. Dunque non sarà un bel ricordo.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:51 am
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