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Cambiare struttura costituzionale

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Davide Giacalone*

Abbiamo passato un’estate politica fra le più detestabili. Fra dossier e bassezze, nel deserto delle idee e delle proposte. Il teatro dell’assurdo ci regalò “Aspettando Godot”, di Samuel Beckett. Nell’Italia d’oggi va in scena “Aspettando le elezioni”. Godot non arriva, le elezioni, prima o dopo, si fanno. Gli italiani votano, qualcuno vince, si consumano i festeggiamenti e poi si comincia da capo: siccome non riesce a governare si riprende a parlare d’elezioni. I tattici studiano le carte della topografia elettorale.
I sondaggisti s’atteggiano a moderni aruspici. Gli altri guardano, aspettando e partecipando sempre meno. Se va avanti così fonderemo i due assurdi, sicché aspetteremo Godot il giorno delle elezioni.Ammetto di avere delle responsabilità, sebbene da mero osservatore. Le elezioni politiche mi sembrarono un’opportunità sensata già un anno fa, da programmarsi assieme alle regionali. Il ragiona-mento che svolgemmo era banale: la maggioranza mostrava già solchi profondi, navigando verso l’inerzia, il propellente iniziale non aveva portato le riforme necessarie, ma era ricominciata la guerra nella trincea giudiziaria, in più la crisi economica era sì globale, ma consumi e lavoratori, da noi, non ne avevano ancora subito i dolori, siccome, riflettevamo, dall’autunno 2010 saranno reali, meglio non perdere tempo e ripartire in fretta. Le regionali sono passate, con tutti a scommettere sulla sconfitta di Silvio Berlusconi e gli elettori a decretare il contrario. Dopo le regionali è esplosa la polemica con Gianfranco Fini.
Se dovessi riassumere, ad un marziano, quali sono i temi politici dello scontro mi troverei in difficoltà. Normalmente, quando si fa politica seria, l’assenza di reali distanze programmatiche (a meno che non si considerino tali il diritto di crepare e quello di sposarsi fra omosessuali) favorisce la ricomposizione. Qui è vero il contrario, perché, per dirla alla De Curtis, a prescindere da tutto i due si detestano. L’estate passata a parlare di case e cognati, poi, non sembra il preludio di una ritrovata, e magari falsa, sintonia.
I saggi suggeriscono ai due di riaccordarsi, ma forse sottovalutano il fatto che sembrerebbero due pugili a corto di fiato, che s’abbracciano per stare in piedi, non per afflato di fratellanza. In tale contesto, dunque, ragionammo così: o si rompe l’incantesimo bipolare e Berlusconi fa l’accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, o il tempo che passa è solo agonia, quindi meglio votare subito. Le altre alchimie, compresi i governi “diversi”, trascurano un dettaglio: la sinistra, in quanto a unità, è messa peggio e far fare a Berlusconi, per l’ennesima volta, la campagna dell’oppositore è un regalo che neanche la Befana porterebbe. Siccome Umberto Bossi, che ha fiuto da vendere ed è un giocatore azzardoso, ha chiarito che di Casini neanche se ne parla, non restano che le urne. Che, oltre tutto, convengono alla sinistra, la quale evita di vendolizzarsi e spaccarsi. E’ capitato, però, che Bossi s’è messo ad affiggere manifesti per le elezioni, già pregustando la dominanza sul gruppo parlamentare che gli sarebbe derivata dall’essere rimasto l’ultimo alleato di Berlusconi, e che quest’ultimo abbia ripreso a parlare di governabilità e stabilità.
Belle cose, ma come si ottengono? La mozione di fiducia è passata, ma trenta secondi dopo siamo punto e a capo. Tralasciamo il fatto che la sinistra festeggia la stabilità degli avversari e le non elezioni, dimostrando d’avere più talento di Beckett. E’ vero che gli elettori non ne possono più, talché più numerosi risparmieranno le suole per andare ai seggi, ma se s’allunga la broda per altri mesi, per giunta dolorosi e incattiviti dagli scontri sociali, non c’è da aspettarsi che il loro umore si rassereni. Andare avanti, quindi, ha un senso se si pensa di poterlo fare non per una o due stagioni, ma fino in fondo alla legislatura. E come, contrattando ogni volta il pugno di voti che serve per far passare qualche cosa? Se s’imbocca questa strada i gruppi marginali e mercanteggianti si molti-plicheranno, costringendoci anche ad informarci su perfetti sconosciuti, di cui non si conosce l’ombra d’un pensiero, divenuti improvvisamente determinanti. Senza contare che avanzando in questo modo s’ipotecano altri due anni nel corso dei quali non solo non si fanno riforme strutturali, ma neanche se ne può parlare seriamente, aggregando moderati e riformisti d’ambo le parti. Sarà un tempo d’attesa, dove, di tanto in tanto, ci si domanderà: ma arriva ‘sto Godot? Per poi passare a pugnalare il vicino, in un trionfo di dossieraggi senza processi che renderanno radioattivo il terreno per i tempi a venire. L’unica iniziativa politica dell’estate è consistita in un appello per la riforma del sistema elettorale in senso uninominale. Ma, anche qui, gli equivoci sono più delle idee. A coloro che firmano l’appello per la riforma uninominale del sistema elettorale lancio, a mia volta, un appello: non prendiamoci in giro. Sono favorevole a quel tipo di sistema, ne scrivevo quando ancora avevamo il proporzionale e la prima Repubblica, ma non firmerò i generici auspici, che tanto spazio trovano sul Corriere della Sera, perché sottendono tre malintesi, o tre imbrogli, a seconda del grado di consapevolezza dei firmatari.
Il primo imbroglio è relativo all’attuale sistema elettorale, che un po’ tutti dicono di detestare, compreso il genitore, ma che, in realtà, piace a tutti. Anzi: a tutte. Piace a tutte le segreterie dei partiti, che non sono partiti veri, non hanno forme di democrazia interna, non c’è selezione dei dirigenti, ma che si consegna a chi li guida il potere di stabilire la composizione dei gruppi parlamentari. Vale per chi vince le elezioni e vale anche per chi le perde, comprese le minoranze collocate appena sopra la linea di galleggiamento.
La cosa grottesca è che questo mostriciattolo ha fallito anche i due risultati cui avrebbe dovuto portare: gruppi parlamentari omogenei e assenza di conflittualità nel processo legislativo. Ha fallito, come fallirebbe ogni sistema maggioritario, perché i partiti lo usano con il trucco: stipulano accordi arlecchineschi, per vincere le elezioni, e poi, in Parlamento, lamentano l’andazzo variopinto. Con le liste blindate e il premio di maggioranza, pertanto, s’è tolto potere a chi aveva la capacità di raccogliere i voti (non sempre dei damerini), ma lo si è dato a chi non ha mai incontrato i propri elettori. Basta una spaccatura, a destra o a sinistra, e subito questi signori Nessuno diventano determinanti.
Detto ciò, alle segreterie il sistema piace, perché non avrebbero altro modo per piazzare in Aula gente che (prima) si suppone fedele e che non sarebbe in grado di reggere un dibattito neanche con i propri familiari, che, probabil-mente, non li votano neppure.
Il secondo imbroglio è dato dalla genericità del-l’appello: “uninominale” non significa molto. E’ uninominale il sistema inglese e lo è quello fran-cese (che a me piaceva, quando esistevano i partiti), ma non sono affatto simili. Ed è un imbroglio far credere che con l’uninominale trionferanno la bontà, l’onestà e il contenimento dei costi elettorali. Suvvia! Era uninominale il sistema elettorale dell’Italia liberale, accusato di favorire ogni nefandezza, corruzione e clientelismo. Ripeto: sono favorevole all’uninominale, ma non c’è bisogno di sostenere quel che non ha fondamento.
Il terzo imbroglio è quello decisivo: finiamola di far credere che cambiando il sistema elettorale si possa rendere funzionanti le istituzioni, a cominciare dai poteri legislativo ed esecutivo. E’ una fanfaluca. Sono sedici anni che cambiamo sistemi, per ottenere sempre lo stesso risultato: un bipolarismo straccione, che pretese di travestirsi anche da bipartitismo e che, in realtà, ruota tutto attorno ad una sola persona: Silvio Berlusconi. E, sia chiaro, non è che tolto il perno la porta smette di cigolare, semmai casca, perché in sedici anni, a destra come a sinistra, s’è fatto di tutto per trasformare i partiti e la politica in mere tifoserie contrapposte, incapaci di pensare il futuro se non come il tempo in cui regolare i conti del passato.
Nel nostro sistema il governo è costituzionalmente debole e il Parlamento costituzionalmente lento, duplicatore e insabbiatore. Ciò dipende dal fatto che i Costituenti ebbero paura del “potere”, fecero di tutto per depotenziare la forza delle maggioranze. In questo sistema possiamo anche eleggere i parlamentari all’inglese, ma non avremo mai e poi mai un premier all’inglese, bensì solo coalizioni di collegio impegnate a spartirsi gli eletti nei collegi vincenti, salvo poi dividersi la mattina successiva allo spoglio.
A che serve, allora, far la parte dei finti saggi, compitare e firmare appelli che, se anche venissero accolti, non sortirebbero alcuno degli effetti sperati? Tanto più che i candidati nei collegi uninominali li sceglieranno i medesimi soggetti che oggi nominano parlamen-tari di nessuna esperienza, che anche si vantano di portare in quel posto il bene prezioso della propria ignoranza e della propria incapacità. Si dirà: ma così non si può andare avanti, è uno sconcio, l’Italia ha bisogno di cambiare. Sicuro, ma è la struttura costituzionale a dovere cambiare. E, paradossalmente (ma neanche tanto) è più facile trovare un accordo, serio, fra le parti per una così grande riforma, piuttosto che per una modifica del modo in cui si contano i voti e assegnano i seggi. Nel primo caso si parle-rebbe del futuro, nel secondo degli interessi immediati e presenti. Nel primo si potrebbe provare a ragionare di politica, nel secondo si dovrebbe procedere per colpi di mano e di palazzo. Mi sono stufato, invece, di parlare sempre e soltanto di sistemi elettorali, come se in quelli si racchiudessero e riassumessero i problemi e gli interessi del Paese. Votando all’inglese non si elegge la Camera dei Comuni. Votando alla francese non si elegge il Presidente della Repubblica. Per intenderci: uno che si mette delle piume colorate nel costume da bagno non è un pavone, è uno scemo.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:22 am
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