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Bisogno di politica. Bisogno della sinistra

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Elena Baredi*

Accade sempre più frequentemente che io mi confronti, con le persone che mi è dato di incontrare, ma anche con quelle che più regolarmente frequento, su una domanda; se cioè non abbia questo Paese vissuto ancora un periodo come quello attuale.

La risposta è che no, che mai forse abbiamo vissuto un periodo così complicato e complesso, con una crisi economica che attanaglia il nostro quotidiano, culturalmente oscuro, pericolosamente capace di separare le persone, di renderle fluide nella loro appartenenza, incapaci di articolare collettivamente una domanda, di porre il tema dei diritti come risposta urgente.

La storia che mai si riposa ci racconta oggi un mondo dolorante, e dopo la fine del novecento il rischio più evidente è quello di un drammatico ritorno a tempi passati.

C’è un dolore incontenibile nelle forme antiche e nuove della “questione sociale”, nella geografia dei lavori frammentati e orfani di tutela, nelle stratificazioni del non lavoro, nello smottamento dei ceti medi verso le sabbie mobili dell’incertezza e dell’impoverimento. E non c’è forse strazio se si guarda, questa volta sì, liberi da ogni ideologia, questa moderna economia ignorante, che ha proceduto ignorando le conseguenze del proprio processo, le conseguenze locali e planetarie, umane e ambientali, che è stata miope e presbite insieme? Una economia che per inseguire il soldo immediato – e sostanzialmente di pochi – non ha visto i disastri vicini e lontani che è andata compiendo e che ha dissipato irreparabilmente vita e civiltà.

Io sento e penso che qui, in tutto questo, c’è per intero il senso e il bisogno della sinistra. Che occupi lo spazio, in questo passaggio storico che è un po’ un momento della verità per le pulsioni illiberali del liberismo, per un pensiero politico-programmatico alternativo a quello dominante. Un pensiero critico che non cede alle lusinghe dei populismi e dei primitivismi ma che non rinuncia a dare un giudizio di valore su questo capitalismo finanziario che si nutre divorando il proprio medesimo corpo mentre soffoca e manipola domande di uguaglianza e libertà. Ma non c’è dubbio che oggi l’opposizione di pensiero sia in difficoltà a raccogliere il disagio, ad articolarlo e dipanarlo ma anche a costituirlo in movimento, a organizzarlo, a farlo diventare struttura consapevole che dura, che agisce, capace di fare sintesi.

La sinistra italiana, negli ultimi quindici anni almeno non ha avuto addirittura, a volte, neppure la forza di pronunciar parole per paura della sua ombra. Non ha detto, per paura che qualcuno la tacciasse di vetero comunismo (Sigh!!) che questo Paese ha bisogno di una politica di lotta che non significa violenza ma passione; di radicalità che non significa eversione ma coraggio e chiarezza; di utopia che non è sogno o fantascienza o mancanza di pragmatismo ma spazio fertile del pensiero che si traduce in azione quindi in politica; di rappresentanza delle classi (classi?) più deboli che non è evangelica testimonianza ma scelta di campo. Sento, da militante di Sinistra Ecologia e Libertà, che c’è una girandola di domande che ruota attorno alla politica, oggi forse ancor più di ieri, ma la politica discetta dei vizi e delle virtù dell’animo umano, parla e si occupa di altro. Ma è attorno a queste domande, per queste domande, che faccio politica, e vivo come insopportabile il tentativo violento di rimuoverle, di abolirle. Di abolirle in nome di una emergenza che consente, magari, alla tecnocrazia di temperare il calore della democrazia con una gelata di diritti sociali e con un’afasia collettiva. Una tecnocrazia che impedisce l’urlo della rabbia e del disagio, che rende difficile da praticare la difesa dalla palude della spoliticizzazione obbligatoria che rende facile l’accrescersi del potere e del sapere specialistico della finanza che pare avere come obiettivo la naturalizzazione di una diseguaglianza cresciuta in modo esponenziale. In sintesi, può la politica ricominciare a porsi le domande che per troppo tempo ha dimenticato di farsi e che sono invece le sole che determinano, non solo la sua natura d’origine, ma la stessa possibilità del suo futuro? O vogliamo abolirla, la politica, per governare solo tecnicamente (?) la stagione della recessione? Questa è la strettoia che soprattutto la sinistra ha davanti.

Il mio partito ha scelto, giustamente, di non trasformare i giudizi divergenti rispetto al Governo Monti, in rottura a sinistra. Altre volte la divisione a sinistra, nell’analisi e nella strategia, ha aperto la strada alla destra.

L’Italia attende, tuttavia, non dimentichiamolo neppure per un minuto, un processo di deberlusconizzazione della società e della politica. Berlusconi e un’idea di gerarchia sociale, di precarizzazione del lavoro, di dequalificazione della formazione, di commercializzazione della cultura, di mercificazione della natura, di privatizzazione del patrimonio pubblico.

Sinistra Ecologia e Libertà offre su questi piani, e non su altri, la sua disponibilità e la sua lealtà al Pd; perché ci interessa una sinistra che vinca, una alternativa di governo in questo Paese.

Sinistra è una parola plurale, e anche per questo non abbiamo mai escluso un patto con le forze moderate; ma che il patto debba iniziare da sinistra non v’è dubbio per noi.

Perchè sinistra non è parola che vive nel limbo del politichese, non è addizione di biografie intellettuali, cumulo di torti e ragioni che ciascuno si porta addosso. Sinistra è un possibilità, uno sguardo sulle cose, è prospettiva di medio e lungo termine, è ricostruire principi, delineare orizzonti, cercare un varco nuovo, una nuova frontiera.

Sinistra è, a stringere ancora, uguaglianza. E’ uguaglianza o non è. Nulla a che vedere con una lotta romantica alla disuguaglianza, ma proposta vera, efficace, di politica. Uguaglianza significa pari dignità, pari diritto, pari accesso alla conoscenza.

E’ urgenza per il futuro dell’umanità, non nostalgia di percorsi già sperimentati. A partire da qui, a partire da ora. Il centro sinistra governa Cesena anche per tutto questo.

Noi siamo al governo della città soprattutto per questo. Perché governare ha significato pedagogico.

Perché un Sindaco e una maggioranza devono prima di tutto occuparsi della ricostruzione di un abbecedario civile e culturale comune. Un dizionario collettivo, condiviso. Un abbecedario civile che rompa i luoghi comuni, che interrompa lo schema per il quale l’individualismo è anteposto al senso e al bene comune, l’”IO” sempre preferito al “NOI”. Il “MIO” anteposto al “NOSTRO”.

Mi pare di poter dire che alcuni di questi tratti sono leggibili tra le pieghe di un bilancio difficile che è in fase di approvazione nella nostra città. Perché questo bilancio, politicamente caratterizzato da scelte importanti, racconta di come la sinistra è in grado non già di essere paracadutata in un pragmatismo della convenienza, di ciò che è possibile solo nell’immediato, ma di proiettarsi in una idea di città e di qualità della vita di una comunità che sa guardare più avanti.
*Assessore alla Pubblica Istruzione e Cultura. Comune di Cesena

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 8:43 am
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