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A proposito di Renzi. Opinioni e … “graticole”

     Giugno 26, 2017   No Comments

Graticole pronte per Matteo Renzi. Alcune, non una soltanto. Carboni ardenti sotto la cenere e fuochisti prodighi affinché siano alimentati. Obiettiv rosolarlo e cuocerlo. A fuoco lento. In primo luogo sarebbe opportuno non fosse lui stesso, Renzi, a sedersi su qualcuna di quelle. Non recondita possibilità se avesse il sopravvento una mal posta spavalderia tracimante in arrogante sicumera. Un timore – che speriamo infondato – suscitato dal frequente (troppo frequente e talvolta spocchioso) richiamo al “plebiscito delle primarie” e alle sue (troppe, e troppo supposte) indicazioni prescrittive. Questo richiamo l’usa spesso Renzi, anche a mo di tagliola per chiudere e risolvere discussioni e dibattiti, dentro il partito e in nome del partito. Attento! La mutevolezza della gente è natura. Specie quando la sua passionale partecipazione è soprattutto un moto, tanto sentito (giustificato) quanto molto generico, di cambiamento. Non sarebbe male se questa consapevolezza gli fosse consigliera. Dentro quel plebiscito, poi, ce ne sono che di convinzione ne hanno poca. Mentre esagerato è il calcolo di convenienza. Se ne guardi! Non pare (ma è anche umano) che il suo sguardo penetrante colga l’intero intorno, e con nitidezza. Nel suo partito, nel suo consenso interno al Pd, al centro come in periferia. Dall’esterno alcune cose si vedono meglio, è vero. Le graticole più insidiose sono proprio dentro il suo stesso partito. Non meno avverse le molte esterne. Già per tutto quest onore al coraggio e alla determinazione che sta profondendo. È ovvio, abbiamo un sincero apprezzamento per Renzi. Ne abbiamo già parlato, e ben prima delle ultime primarie del Pd, come di una risorsa. Delle poche, se non l’unica, al momento, nel panorama sempre più miserrimo della politica italiana. Si è dovuto mettere, e si è fatto trascinare, nel percorso più impervio per dar prova di quella risorsa positiva che può rappresentare. I fuochisti ne sono estasiati e sono all’erta. Sarebbe davvero un peccato se la forza della poderosa e fiduciosa attesa suscitata da Renzi fosse vanificata. Quella forza, lo ribadiamo, perché l’abbiamo detto in tempi non sospetti, doveva volgere (sarebbe stato molto meglio) a un vero radicale cambiamento. Il governo Letta (altro governicchio emergenziale) si insediò pronosticando diciotto mesi per la riforma istituzionale di cui il paese ha inderogabile bisogno. Per potere avere un governo adeguato e stabile; un modificato ed equilibrato assetto istituzionale, centrale e periferico, funzionante. Democratico e consono alle esigenze dei tempi attuali. Una grande riforma istituzionale e costituzionale doveva essere la cifra qualificante e dirimente la battaglia di rinnovamento di Renzi. O la sua forza era trascinante per raggiungere questo obiettivo. O la sua forza si ritagliava precisa, innovativa, crescente, rispetto al putridume conservativo, inconcludente e di pochezza che è il panorama più generale della politica italiana dei tempi attuali. Era il caso di dire: “caro Letta ti sostengo se produci, avviandolo concretamente, il lavoro serio per questa grande riforma, nei diciotto mesi che hai promesso in Parlamento”. Altrimenti al voto? Perché no? E comunque (perfino a prescindere dal sistema elettorale del momento, foss’anche quello di semplice risulta della sentenza della Corte costituzionale). La forza di Renzi, crescente e notevole. Con o senza Pd. Stagione e clima tutti a favore. O per uno straordinario risultato di riforma. O per uno straordinario risultato elettorale da mettere a buon frutto a Parlamento rinnovato. Renzi – non da solo e nemmeno per primo, ma con una forza prima inesistente – non dice forse continuamente che c’è bisogno di uscire dalle emergenze di governicchi sorretti da connubi impropri di “maggioranze strane”? Che occorre sapere subito dopo il voto chi ha vinto e quale è la maggioranza, non solo vincente, ma anche solida e capace di governare per l’intera legislatura? Che si deve decidere con il voto chi presiede il governo e che sia l’uno che l’altro devono avere prerogative rafforzate rispetto all’attuale sistema? Che bisogna abolire le Province e riassestare l’assetto istituzionale? Che occorre una riforma seria della giustizia? Che si deve abolire il bicameralismo perfetto e avere un solo ramo parlamentare, politico e legislativo? Che bisogna ridurre il numero dei parlamentari? Non parlava, tanto per far comprendere la sua idea, di elezioni “modello Sindaco d’Italia”? Intanto chiamasse le cose con il loro nome. Quest’ultima per esempio, tarato lo slogan, che cosa è? Se non presidenzialismo o semipresidenzialismo? Se le posizioni di Renzi erano e sono queste, la riforma che egli perora per rinnovare, davvero e seriamente, il Paese, deve essere una riforma costituzionale che cambia la forma governo, l’attuale parlamentarismo, e ridefinisce i rapporti fra Parlamento e governo. Altrimenti è fuffa. Con il rischio di cadere (se non ci siamo già dentro) nel “cretinismo elettoralistico” (dilagante) di cui giustamente parla Massimo Cacciari (La 7, giovedì 6 febbraio). Questo “nel gioco a carte scoperte” doveva essere la giocata di Renzi. Decidendo di partecipare alla gara per la segreteria del Pd, doveva essere la proposizione esplicita a cui ricondurre l’indicazione ed il consenso nei suoi confronti. E, sono persuaso, sarebbe stato lo stesso che ha ottenuto, se non maggiore. Del resto al semipresidenzialismo e al modello francese con annesso maggioritario su base di collegi uninominali, non avevano guardato ampi settori dello stesso Pd (e precedenti sigle)? Non avevano dichiarato disponibilità ed attenzioni, in egual verso, da ambiti stessi del centrodestra? Adesso, diciamo la verità, siamo avviati, se non ancora del tutto già immersi, nel “cretinismo elettoralistico” di cui dice Cacciari. Un’altra occasione persa per una battaglia di vera grande riforma e di profondo reale rinnovamento. La pressione su Renzi è forte. Deve portare a casa un qualche risultato. Il cambiamento della legge elettorale (porcellum), tanto invocato, lo ha assunto come primo banco di prova del suo fare concreto. Condizioni favorevoli: incipit continuo del Presidente della Repubblica; la sentenza della Corte costituzionale cancella quasi tutto il porcellum e lascia operativo un sistema elettorale proporzionale (ormai dai più non gradito). Ha proposto alcune ipotesi di nuovo sistema per verificare chi e come ci stava al rinnovamento possibile delle regole del gioco. Che, giustamente devono essere il più possibile condivise. L’unico riscontro tale da consentire una proposta che possa avere la maggioranza per passare in Parlamento lo ha dato Berlusconi. Responsabilità, calcolo, sola furbizia? Si fanno i conti con quello che c’è, e Renzi è andato avanti. Ha fatto bene. Purtroppo su una proposta assai poco condivisibile, almeno per noi. Chi supera il 37% avrà un premio di maggioranza che lo porta ad avere oltre il 50% dei seggi parlamentari. Se nessuno supera quel tetto ci sarà un ballottaggio fra le due forze o coalizioni maggiori. Questa faccenda di un così enorme premio di maggioranza non è una gran cifra democratica. Le liste di partito saranno ancora bloccate seppur di un numero di candidati minore (5 o6) rispetto al porcellum, perché più piccoli saranno i collegi elettorali. Sempre liste bloccate sono. Sempre nominati saranno. Gli elettori non possono scegliere fra i candidati di un partito. Non è granché democratico. Si discute se rinstaurare o no il voto di preferenza. I capi-partito preferiscono dei loro fedeli nominati, invece che dei scelti dagli elettori. Almeno facessero delle primarie per definire la composizione e l’ordine interno di quelle liste. Almeno in questo paese ci fosse una legge che regola le primarie. Non sarebbe male. La soglia per entrare in Parlamento per i partiti è fissata al 4,5% se in coalizione, all’8% se da soli. Chiara e assai cinica avversità nei confronti delle formazioni politiche minori. Un’altra molto scarsa cifra democratica. All’eventuale ballottaggio le liste minori di una coalizione, i cui voti sono serviti comunque per portare quest’ultima alla competizione per il premio di maggioranza, se non hanno superato lo sbarramento del 4,5% nel primo turno, non si troveranno, nemmeno in caso di vittoria, alcun rappresentante in Parlamento. Dei parlamentari assegnati con il premio di maggioranza farebbe incetta solo il partito maggiore della coalizione. Altra cifra democratica commendevole. Se questo nuovo sistema elettorale non è un’altra porcata, ci batte parecchio vicino. Domanda. È solo questo che passa il convento? Dopo che Renzi ha imboccato la strada che ha voluto, null’altro ha in mano per dare segno che porta a casa un risultato, di fronte alla palude della politica italiana? Se è così, vada avanti. Almeno per consentirci di apprezzare (non è granché) che si sta tirando sassi nella palude stagnante. Ma è solo questo. È difficile perfino chiamarla riforma. Peraltro questo sistema non si addice in alcun modo e non sarebbe praticabile se restassero ancora sia la Camera sia il Senato. È vero che la proposta di Renzi prevede l’eliminazione dell’attuale Senato (in luogo del quale non si capisce bene cosa dovrà esserci e come). Ma quest’ultimo problema non si risolve con legge ordinaria, come è la legge elettorale. Ci vuole una modifica costituzionale. Come pure per cambiare il Titolo V° della Costituzione (vero obbrobrio pseudo federalistico, obbrobriosamente imposto dal centrosinistra). Che è altro segmento del pacchettino riformatore proposto da Renzi e, parrebbe, condiviso da Berlusconi e altri. Le modifiche della Costituzione hanno tempi assai più lunghi. Tenere insieme questo pacchettino di riforme e con quello dare segno che finalmente si fanno cose e che è Renzi a farle e ad averle volute, non è percorso facile. Anzi lungo questo percorso ai fuochisti delle graticole non mancherà di trovare materia prima da far ardere. Perché intanto c’è anche il governo Letta (del Pd, mica di altri) che sta lì, seppur governicchio deludente. Strada stretta, caro Renzi. Prova difficile. Un terreno dal quale può venirne fuori la maturazione di una figura di statista (speriamo). Altrimenti si finirà per constatare la fortunata apparizione di un altro “bullo” di passaggio. E non è nemmeno che quest’ultima (speriamo di no) deplorevole circostanza non si attagli anch’essa (sicuramente in gran parte) alla platea popolare italiana. Tuttavia vogliamo dare fiducia, ovviamente come si vede non in modo acritico, alla “novità” Renzi. Anche perché non possiamo non apprezzare che si tirino sassi nella palude. E non sfascisticamente e inaccettabilmente come prova a fare l’informe grillismo. Non possiamo non apprezzare la spinta a disarticolare il monolite nomenclaturato di certa sinistra. Non possiamo non apprezzare che sia in atto una serie di iniziative politiche (e culturali) che possono far venire fuori una sinistra migliore. Riformista, non “sistema di potere chiuso”, più liberale. Renzi non deve commettere l’errore di fare staffetta per sostituire Letta al governo. Gli faccia davvero cambiar passo. Altrimenti si vada a votare. Comunque. Poco importa con quale sistema elettorale, a quel punto. Ovvio che preferisca quello che ha confezionato insieme a Berlusconi. È tale da consentirgli almeno di modulare in modo più consono alla sua leadership una nuova squadra parlamentare del Pd. Quella di oggi gli è più contro che a favore. Se commette questo che noi riteniamo (magari sbagliassimo!) un errore (sostituire il debole Letta, adesso senza preventivo passaggio elettorale), allora sì sarebbe steso sulle graticole e bruciato di brutto. Allo stato attuale se anche potesse diventare capo del Governo, non potrebbe, perché non ne avrebbe le condizioni minime, governare davvero. E governare con quei contenuti che dice di volere attuare: dalle riforme, al Jobs Act, al riordino della spesa, ecc. Cambiare e migliorare la sinistra (un lavoro tutto ancora da compiersi, nella sostanza vera delle cose); puntare alla grande riforma costituzionale ed istituzionale (bisogna farla e ne vanno create le condizioni che ancora adesso non ci sono); rinnovare e riorganizzare l’azione di governo (urgenza anche per la quale ne vanno costruite condizioni minime che ancora adesso non ci sono). Se sono i coerenti obiettivi della sua “novità” politica e se la spinta e il movimento impressi da Renzi volgono a favorire le condizioni che mancano (non cadendo e non facendosi mettere sulle graticole che gli hanno messo tutt’intorno), allora sì la politica italiana potrà cominciare positivamente a svoltare.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:37 pm
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