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Servono squadra e spartito

     novembre 29, 2017   No Comments

Energie Nuove – NUMERO 2 – novembre 2017

Servono squadra e spartito

di Mario Russomanno

Si ripropone la ipotesi della costituzione della Regione Romagna. Poichè siamo in campagna elettorale viene da pensare che il tema venga agitato con obbiettivi politici. Non si tratterebbe di strategia azzardata: ritengo che se i romagnoli fossero chiamati ad un referendum sull’argomento il numero dei favorevoli sarebbe superiore a quello dei contrari. E, detto a scanso di equivoci, dipendesse da me non negherei alla gente di Romagna la possibilità di esprimersi. Le forze che governano gli enti locali, come sappiamo, da sempre si oppongono al referendum, temendo un voto che, per forza emotiva, avrebbe effetti devastanti sui poteri locali. Le forze di opposizione, da parte loro, reclamano il referendum proprio per potere cavalcare quella spinta emotiva. Le cose vanno avanti così da parecchio, nessuno può ipotizzare fino a quando.

Ciò detto, non credo che la costituzione di una nuova Regione sia la soluzione oggi auspicabile. Non sono più i tempi, il tram è passato. Creare nuove strutture, sedi, uffici, etc è impensabile, o quanto meno anacronistico. La situazione economica e le nuove dinamiche del lavoro lo impediscono.

Eppure cresce, ed è largamente condivisa in ambienti politici, sociali ed economici, l’esigenza di una maggiore autonomia della Romagna dal potere regionale e di una  finalmente proficua unità di intenti tra le aree romagnole. Viene quasi unanimemente evocato (anche dalle grandi imprese e dalle associazione economiche, culturali e sindacali) uno scenario nel quale si possano utilmente mettere in rete le diverse vocazioni economiche e turistiche, le eccellenze ambientali e paesaggistiche, le esperienze sociali e culturali, le meraviglie storiche ed architettoniche. La Romagna dispone di una ricchezza senza eguali, considerando questi elementi. Si fa notare però che manca una regia, una disposizione a fare squadra. La nostra è terra di campanili, lo sappiamo. Manca, al dunque, il famoso “sistema Romagna”.

Non a caso, soprattutto dopo la bocciatura del Referendum voluto da Renzi e celebrato il 4 Dicembre 2016, si è allargato il fronte di chi pensa ad una provincia unica della Romagna. Tra i più convinti c’è il Sindaco di Cesena Paolo Lucchi ma  Andrea Gnassi, Davide Drei e Michele De Pascale dicono in pubblico di pensarla allo stesso modo. Come loro i Sindaci di città “robuste”: Zoffoli a Cesenatico, Malpezzi a Faenza, Coffari a Cervia, Ranalli a Lugo e così via. Lo stesso dicasi dei parlamentari e dei consiglieri regionali. In somma, l’intero arsenale politico-istituzionale di cui dispone il Pd si muove, quanto meno a parole, in una direzione univoca.

E allora, perchè il treno non parte? Perchè, come ho approfondito scrivendo il mio libro “Potere romagnolo” su una questione del genere conta soprattutto quanto riesci ad essere effettivamente autonomo da Bologna. Qualche esempio.

La Romagna negli anni Novanta ha investito sull’insediamento universitario. A Rimini, Cesena, Forlì, Ravenna gli studenti sono tanti e si muovono in città confortevoli, la didattica è di buon livello, il ritorno economico per le comunità è positivo. Potremmo discutere sulla capacità di produrre occupazione da parte di qualche corso ma, complessivamente, il decentramento ha prodotto effetti invidiati da tanti atenei italiani. Purtroppo anche da quello bolognese che, infatti, ha da qualche anno attivato una politica aggressiva, sottraendo alla Romagna operatività, cattedre, funzionari, autonomia, risorse. Chi lo nega o non sa quel che dice  oppure mente sapendo di mentire.

Gli aeroporti. Quello di Rimini culla speranze ma intanto la società di gestione dello scalo fatica a trovare rotte e collegamenti adeguati alle attese. Quello di Forlì, chiusa la traumatica esperienza americana, vede imprese di prestigio scommettere sulla ripartenza ma è presto per parlare di un autentico piano industriale. Intanto il Marconi di Bologna aumenta mostra i muscoli e pretende di servire in proprio la riviera romagnola. E la politica regionale nulla di concreto fa per la nascita di uno scalo romagnolo davvero efficace, Autonomo o, ancor meglio, virtuosamente integrato con il Marconi.

La sanità. Abbiamo la Auslona e, ironie a parte, non è una brutta cosa, anzi. Ma le grandi scelte strategiche si fanno a Bologna: è in Regione che si scelgono i direttori, si benedicono le nuove strutture, si indirizza la spesa farmaceutica. Lì si danno le pagelle, come se in Romagna nessuno fosse in grado di farlo.

Gli esempi sarebbero altri ma non possiamo dilungarci. La questione rimane: serve  un sistema di relazioni virtuose, con un cappello istituzionale come la provincia unica o qualcosa di simile. Occorre abbandonare diatribe ormai folkloristiche come quelle tra Cesena e Forlì e abbattere distanze, culturali e di trasporto,come quelle tra Rimini e Ravenna. E serve che la classe dirigente romagnola sappia tenere palla nel confronto con il potere bolognese ed emiliano. E’ su questa partita, a mio giudizio,che si giocherà il consenso del Pd dalle nostre parti. Dispone di mezzi e giocatori ma, come direbbe il maestro di Fusignano Arrigo Sacchi, senza una squadra e uno spartito  non si fa bel gioco e non si vince.

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