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Per avere “Comuni nuovi” servono le fusioni

     novembre 29, 2017   No Comments

Energie Nuove – NUMERO 2 – novembre 2017

Per avere “Comuni nuovi” servono le fusioni

di Francesco Beccari

Il dibattito che si è innescato sul territorio a partire dalla questione “Regione Romagna” (anacronistica e naif) e virato poi, più coscientemente ed opportunamente, sulle fusioni, è molto interessante perchè tocca un argomento sacro, come quello dei campanili, sotto ai quali oggi si combatte sostanzialmente per due motivi: chi per la difesa dell’identità locali, chi per il timore di perdere peso politico sul territorio (non dimentichiamo mai il “Dividi et impera” – ovvero tieni divise le popolazioni in modo da comandare più facilmente su di loro – che ha caratterizzato per anni la forza dell’Impero Romano).

E’ però importante prendere coscienza di una cosa che noi possiamo dare per certa: che è una battaglia che entrambi gli eserciti sono destinati a perdere.

In Italia oggi ci sono 14 Città Metropolitane e 7.978 Comuni. Negli ultimi 5 anni sono stati soppressi 184 comuni a seguito di 76 fusioni e nel 2018 è già certo che ne verranno soppressi altri 29 a seguito di altre 12 fusioni. Dal 1946 al 2013 le fusioni sono state 10, una ogni 6,6 anni, mentre il dato relativo all’ultimo quinquennio rileva una fusione ogni 24 giorni.

Bastano questi pochi dati per capire come la forma più “radicale” di riordino territoriale stia sempre più entrando nelle agende degli amministratori locali.

La questione dei vantaggi economici certo non è da sottovalutare: lo Stato eroga straordinariamente ai nuovi comuni il 50% dei contributi che ricevevano nel 2010, ultimo anno di trasferimenti pre-spending review. Un comune di circa 3.000 abitanti che si trova oggi con solo con 83mila euro per fare investimenti, a seguito di fusione con un altro di dimensioni ancora più piccole si ritrova con circa 450mila Euro. Ogni anno, per 10 anni.

Ma in realtà è un altro il fatto che rende necessario pensare concretamente (e realizzare) a progetti di fusione: i tagli di risorse economiche ed umane che dal 2010 gli Enti locali hanno subito ha significato nella gran parte dei casi ridurre a zero la capacità dei Sindaci di poter progettare un futuro per i loro cittadini, trasformando quindi i loro mandati in un continuo barcamenarsi tra problemi di bilancio, servizi ridotti al lumicino che spesso ha impoverito il territorio con conseguente spopolamento.

Le Unioni (anticamera della fusione, una sorta di convivenza prima del matrimonio) parevano la soluzione ideale per affrontare queste criticità. Ma con il tempo, oltre a non essersi trasformate in fusioni, nella stragrande maggioranza dei casi si sono rivelate inefficienti nel contenere i costi (dato ratificato dalla Corte dei Conti in audizione alla Camera dei Deputati), scatole create per prendere fondi Regionali o Statali ma che nessuno ha poi riempito di servizi oppure strutture guidate da un Comune di grandi dimensioni e strutturato che “rivende” le soluzioni che adotta per se ai più piccoli ed in difficoltà, i quali, nella situazione in cui si trovano, difficilmente possono negoziare.

In sintesi: i Sindaci non calano, il lavoro aumenta (un esempio: i bilanci dei singoli enti rimangono e si aggiunge quello dell’Unione) ma soprattutto rimanendo strutturalmente divisi, i piccoli Enti aumentano la loro debolezza, perchè dipendenti da quello “ricco e forte” che suggerisce (ma in realtà definisce) le politiche. Dividi et impera. Ancora.

Per questo riteniamo che le fusioni siano la vera strada maestra da percorrere: perchè dal “dividi et impera” si passa all’unione che fa la forza. Un amministratore che veramente ha una visione del futuro a lungo termine (e quindi slegata dal proprio mandato) deve coraggiosamente adottare se tiene seriamente al proprio territorio ed alle future generazioni di cittadini.

La Regione Veneto – governata dalla Lega, che delle battaglie sull’identità territoriale ha fatto la sua caratteristica distintiva – è esempio lampante di questa presa d’atto: sta infatti mettendo sul piatto delle fusioni milioni di Euro ogni anno, contribuendo a finanziare – insieme allo Stato – il processo di creazione dei nuovi Enti, a partire dagli studi di fattibiltà.

Il Governatore Zaia non sta tradendo gli ideali del suo partito, ma ha la chiara consapevolezza del fatto che una Regione meno frammentata in tanti comuni può avere maggiore efficienza, maggiore capacità progettuale (ovvero utilizzare i fondi che l’Unione Europea mette a disposizione ma che l’Italia rimanda in buona parte indietro perchè senza progettualità) e, soprattutto, poter garantire e rafforzare proprio quell’identità territoriale a loro cara che – con centinaia di comuni di piccole dimensioni – sarebbe destinata a perdersi a causa dello spopolamento.

 

La recente legge “Salva borghi”, che pare tradire la spinta al processo di fusione (viene da pensare a volte che la mano destra non sappia cosa fa la sinistra..), in realtà non è nemmeno paragonabile agli incentivi per le fusioni.

Anzitutto perchè interessa tutti i comuni fino a 5.000 abitanti (mentre le fusioni non hanno limiti dimensionali) cui si deve aggiungere obbligatoriamente una tra 11 condizioni particolari (comuni collocati in aree di dissesto idrogeologico, marcata arretratezza economica, caratterizzati da drastico spopolamento dal 1981 ad oggi, difficoltà di comunicazione con i grandi centri urbani, con scarsa densità abitativa per kmq ecc.). Poi viene finanziato un solo progetto valutato su criteri molto specifici (breve durata, coinvolgimento dei privati, valorizzazione delle filiere locali ecc.) e la cui entità economica è piuttosto ridotta se comparata con i trasferimenti straordinari che arrivano a seguito di fusione, ovvero si parla di un ordine di circa 10 volte di più spalmati, come detto in precedenza, su 10 anni e senza vincoli di impiego.

La “Salva borghi” è sicuramente una opportunità da sfruttare per chi ha capacità progettuali, anche se è difficile trovare Enti che, senza essere costretti ad appoggiarsi a terzi per predisporre la documentazione ed il progetto, abbia risorse interne da dedicare ad attività “straordinarie” quando in difficoltà a gestire l’ordinario.

Tuttavia non potrà mai fornire quelle risorse economiche che possono permettere ad un Ente, in 10 anni, di strutturarsi ed evolvere da struttura che dipende fisiologicamente dai trasferimenti a realtà in grado di essere autonoma e organizzata in maniera efficiente (grazie agli investimenti che si possono fare in informatica, razionalizzazioni della spesa o alle deroghe ai vincoli rispetto alle assunzioni).

Superare le logiche di campanile e realizzare progetti di fusione significa per i comuni di piccole dimensioni riprendere forza contrattuale sui tavoli istituzionali (con gli altri Enti, in Unione, in Provincia, nei Distretti Sanitari ecc.), avere risorse per poter erogare servizi in autonomia ma soprattutto creare non tanto un nuovo comune, ma un Comune Nuovo: innovativo, vicino alle esigenze di cittadini ed imprese e capace di progettare il futuro.

Rifiutare o procrastinare ulteriormente tali processi significa costringere le prossime generazioni ad emigrare verso realtà più grandi e che possono offrire servizi e condannare i piccoli borghi e realtà comunali a spegnersi lentamente. E noi questo non lo accetteremo mai.

 

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