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Capire il cambiamento

     maggio 15, 2018   No Comments

Energie Nuove – NUMERO 1 – aprile – maggio 2018

Capire il cambiamento

di Claudio Ossani

Per capire davvero il voto delle elezioni del 4 marzo serviranno più i libri di storia che le Instagram stories, e più la consapevolezza di quello che è stato che non scommesse future e fughe in avanti. Per capire davvero il cambiamento del quadro politico che il trionfante Movimento 5 stelle chiama (anche giustamente) Terza Repubblica servirà ragionare sulla generazione del consenso proprio a partire dai social network, ma poi abbandonarli per un ragionamento su rappresentanza e coordinamento della partecipazione.

 

Dalle sconfitte politiche ci si può riprendere e, come si vede, le sconfitte generano pure i rinnovati impegni dei Calenda, Serracchiani o Zingaretti di turno, nomi pronti a mettersi al lavoro per la propria comunità politica di appartenenza. Eppure la sconfitta sonante del Partito democratico alle ultime elezioni prima che politica è anche culturale e organizzativa. Culturale perché incapace, dopo il culmine del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, di arginare l’antipatia diffusa verso il leader Matteo Renzi, punito anche per il suo modo strafottente di condurre il gioco e non solo per l’inefficacia di un’azione di governo che invece qualche risultato migliorativo, economico e sociale, l’aveva pure ottenuto. Ma tant’è, la politica al tempo delle Instagram storie è anche emozione dell’istante, e l’istante è quello delle periferie del nostro tempo, tra degrado, disagio, ingombrante percezione e presenza degli immigrati e una povertà diffusa soprattutto tra giovani trentenni e adulti ultracinquantenni. Ma la sconfitta Pd è anche organizzativa perché, spezzato (per fare un esempio) con la riforma cosiddetta Buona scuola il filo diretto di fiducia tra centrosinistra e corpaccione degli insegnanti, il listone con più sezioni e presenze sul territorio sta ampiamente sotto il 20%. Significa allora che (da) stavolta non hanno funzionato gli apparati collaterali e associativi che da sempre alla chiamata elettorale organizzano e animano il voto democratico (Cisl, Coop, Coldiretti, Cna, Azione cattolica, Agesci, eccetera), perché stavolta era difficile per le gerarchie di categoria impegnarsi verso gli iscritti nella propaganda per un voto non solo perdente ma anche, evidentemente, antipatizzante per gli stessi obiettivi primari della rappresentanza di un corpo intermedio rispetto alle esigenze generali di un partito politico.

 

Questo cambiamento, che giornali e televisioni si sono persi mentre riflettevano su quanto brutta fosse la campagna elettorale («la peggiore di tutti i tempi» è stato scritto e detto, quando in realtà tutto è molto semplicemente figlio del proprio tempo, senza gare con il passato), si è consumato mentre gli italiani confermano la loro tendenza a votare con buone percentuali di affluenza sia perché questa è una abitudine generale, sia perché quando c’è qualcosa in palio (reddito di cittadinanza e un’idea di nazione e confini più chiusi che aperti) questo Paese tende ad andarselo a prendere. Così, mentre l’effetto Virginia Raggi penalizza i risultati del Movimento 5 stelle a Roma e nella corsa per Regione Lazio, i grillini cambiano pelle e raccolgono un grande voto trasversale di opinione, proprio quando l’elaborazione dei partiti tradizionali si è un po’ fermata o alla vocazione maggioritaria o alla riproposizione di un vecchio e discusso leone passato dalla rivoluzione liberale all’animalismo di Dudù e Michela Vittoria Brambilla.

 

Sono questi, dunque, alcuni dei principali elementi che segnano l’avanzata dei cosiddetti populismi e sovranismi, ma che prima ancora del successo meritato dei vincitori evidenziano la sconfitta solenne del nuovo, ennesimo e politico tentativo di costruzione della cosiddetta area laica italiana. Questa volta il richiamo a una responsabilità di gestione perfettamente inquadrata in un contesto europeo e forse un po’ troppo distante dal tessuto produttivo del Paese, è stata appaltata al volto e agli uomini di Emma Bonino e così declinata dai radicali nel centrosinistra (con molti favori del pronostico che invece si sono rivelati semplice sopravvalutazione della bolla informativa rispetto alle realtà del Paese). +Europa è sembrata più una lega (nordista) di pensiero avanzato che il laboratorio liberaldemocratico e macroniano che molti sognavano, illusi anche dal fatto che le battaglie civili e di liberazione etica e giuridica restano comunque un presidio irrinunciabile di modernità. Ma forse non esattamente quello che gli italiani cercano per una comprensione immediata sui social network. E certamente non quello che serve per ripartire dopo un voto che, approdato ormai da tempo a una fase post ideologica, si è ora seduto ai piedi di politici vecchi e nuovi, sotto le loro polemiche e promesse di risultati ipotetici. Perché purtroppo la rappresentanza per aree culturali e organizzative è stata aperta, quella sì e mentre tutte le dita puntavano sul Parlamento, come una scatola di tonno.

  •   Published On : 6 mesi ago on maggio 15, 2018
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  •   Last Updated : maggio 15, 2018 @ 2:18 pm
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